E’ maggio e il caldo estivo comincia a farsi sentire già dal primissimo mattino. Scosto con un gesto deciso il leggero copriletto di cotone e cerco di liberare le mie gambe dall’ampia camicia da notte che mi si attorciglia attorno. E’ bianca e tutta ricamata, a mezze maniche e abbottonata sul davanti, come si usa in queste circostanze. E’ stata zia Amelia a comprarmela, assieme ad altre molto simili, così come mi ha regalato quelle eleganti pantofole rosa pallido che ora si trovano ai piedi del letto. Mia nonna mi ha invece comprato la leggera vestaglia bianca a quadretti rosa, con le maniche a tre quarti, che ora si trova ben piegata sulla spalliera del letto. Guardo le mie braccia nude, un po’ abbronzate, e gioco con il piccolo bracciale di plastica bianca che mi orna il polso. Leggo il numero che c’è scritto, in un colore blu slavato: 0382. Sono impaziente e nervosa. Per l’ennesima volta mi chiedo se sarò capace e ho paura di scoprirmi impreparata. Butto giù le gambe dal letto, infilo le pantofole e mi sollevo in piedi. Nonostante tutto mi sento abbastanza forte e solo leggermente indolenzita. Ho una specie di languore, non ben identificabile, ma non è certo attribuibile all’appetito. E’ l’ansia. Quest’attesa che mi sembra infinita, che mi fa battere il cuore e tremare le ginocchia. Malgrado il caldo rabbrividisco. Mi avvicino alla porta e la socchiudo. Non si vede nessuno. Tendo l’orecchio. Ancora niente. Torno indietro e mi siedo sul bordo del letto. Verifico nuovamente l’ora nella piccola sveglia da viaggio, in argento, poggiata sul comodino, regalo di mio padre. La sfioro con un dito, quasi una carezza. A fianco c’è il carillon in lacca rossa e una piccola cornice in argento brunito con la foto di mia madre. Sorride, è seduta al mare sopra un asciugamano a righe e tiene in braccio me di pochi mesi. Con il braccio destro stringe a sé mio fratello Giovanni che sta facendo una buffa smorfia. Ho portato qui con me gli oggetti più cari, quelli che non abbandono mai. C’è anche un libro, dalla copertina colorata. E’ il mio primo libro di favole per bambini ed è stato appena pubblicato. L’ho dedicato a mia madre e a mia figlia, che ancora non conosco. Prendo il piccolo volume fra le mani, lo apro e leggo la dedica. Sento un groppo in gola e gli occhi mi si riempiono di lacrime, calde, salate, felici.
Finalmente sento un rumore nel corridoio, come lo sferragliare di qualcosa che viene trascinato. Vorrei alzarmi in piedi e andare incontro a quel festoso rumoreggiare, ma le mie gambe non obbediscono. Si apre la porta della stanza e si affaccia una graziosa infermiera, dal viso sorridente, e spinge dentro una piccola culla provvista di rotelle e con le pareti di plastica trasparente.
- Ho portato la piccola Annalisa per la sua prima poppata. Nel nido stava urlando a squarciagola. Ne deduco che è affamata. Guardi com’è bella… Le abbiamo messo la camicina gialla a fiorellini, quella che mi ha dato suo marito ieri notte. Ora si sieda nel letto, bella comoda, e le mostro come deve fare…
Questo è il secondo incontro con mia figlia. Il primo, avvenuto ieri notte tardi, subito dopo la sua nascita, è stato frettoloso e quasi non l’ho vista. L’infermiera me la mette fra le braccia ed io non credo ai miei occhi. E’ allo stesso tempo così piccola e così perfetta. Guardo la testolina tonda ricoperta da una leggera peluria bionda, il viso ovale con gli occhi allungati già ombreggiati da lunghe ciglia, il nasino talmente piccolo da sembrare perfetto, la piccola bocca carnosa e un po’ imbronciata. Ha delle manine piccole ma con le dita affusolate e le unghie rosee. Non smetterei più di osservarla. L’infermiera mi desta da quest’incantesimo e m’invita a sbottonare la camicia da notte. Mi mostra in che modo porgere il seno alla bambina. Lei, con estrema voracità, si attacca e comincia a ciucciare con grande energia. E’ stato semplice, dopo tutto. Non sembra neanche la prima volta, né per me né per Annalisa. L’infermiera, sempre sorridente, ci lascia sole. Finalmente. E’ da tanto che aspettavo questo momento.
Di comune accordo con Aldo abbiamo deciso di darle il nome di mia madre. A parte l’affetto immenso che mi lega a lei, penso che sia un nome molto bello. Resto incantata a guardarla, le sfioro un piedino e glielo solletico leggermente. La mia bambina è nata da poche ore e già mi domando come ho fatto a vivere senza di lei per tutti questi anni. Sento che la mia vita ha un senso compiuto solo adesso, mi sento forte della mia debolezza e delle mie insicurezze.
Dopo dieci minuti, ho verificato l’ora sulla sveglia, sposto Annalisa dal seno sinistro a quello destro. Sembra un po’ stanca adesso, e ciuccia con meno energia. Dopo poco capisco che si è addormentata. Le do dei baci lievi sulla fronte, sulle guance, sulle manine, assaporando il profumo inconfondibile di neonato. Vederla, osservarla, mi dà una gioia immensa e una grande serenità. Penso a quando arriverà Aldo e anche lui potrà godere di questi attimi, che abbiamo tanto voluto e desiderato. Penso al momento in cui la presenterò ai miei parenti e al luccichio che vedrò nei loro occhi commossi. Quindi penso: cosa potrò insegnare a mia figlia? Cosa, affinché lei non debba commettere i miei stessi errori?
La rimetto nella culla e la copro con il lenzuolino bianco e con la copertina a quadretti, ma la tengo ben vicina a me. Prendo una penna dal cassetto del comodino, apro il libro e, vicino alla dedica stampata, comincio a scrivere:
13 maggio 1992
Per Annalisa
Nella vita non cercare una verità, non pensare di rincorrerla, di sorprenderla, di acchiapparla. La vita è fatta di mille verità, che fra di loro s’intrecciano, si oppongono e si contraddicono. La nostra vita è ricca di gioia ma anche di tanto dolore. L’importante è che tu non creda di doverli portare, da sola, sulle tue spalle. La cosa più bella è trovare qualcuno con cui spartirli, sia che sia allegria, sia che sia tristezza.
Ciò che più ho desiderato, ciò che più ho amato e che ha dato il giusto valore alla mia vita sei tu, figlia mia. Grazie a te io sono rinata.
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